Un eroe perturbante nel mondo dei carbonai UN'ANALISI STRUTTURALE DEL MITO DI ClAPINO CIAMPI di Simone Fagioli a Lucia alla memoria per le storie che mi raccontava «Ogni spiegazione è un'ipotesi» Ludwig Wittgenstein Note sul Ramo d'oro di Frazer - 1931 Parole chiave: Ciapino, mito, eroe, perturbante 0. Nota Il saggio seguente ha avuto una prima stesura nel 1990 e per qualche tempo è circolato come dattiloscritto. Nel 1992 è stato pubblicato, con titolo differente, in forma più sintetica (ma più articolata rispetto alla stesura 1990) e con una bibliografia minore rispetto alla ver- sione qui presentata, in un volume collettivo curato da un'associazione culturale di Aprilia (LT) [Fagioli 1992]. Negli anni successivi, seppur l'autore impegnato in altri tipi di ricerche, è stato accumula- to ulteriore materiale inerente al tema, materiale che è stato integrato alla versione 1992 per condurre alla presente edizione. La bibliografia è stata ampliata e sono stati aggiunti titoli che pur non direttamente connessi al tema forniscono importanti ed utili tracce metodologi- che. I nomi in MAIUSCOLETTO rimandano alla Bibliografia. Si ringraziano le molte persone che hanno contribuito a questa ricerca: innanzi tutto gli amici e colleghi dell'Istituto Storico Provinciale della Resistenza di Pistoia, in particolare il di- rettore Fabio Giannelli ed il Vice Presidente Marco Francini. Claudio Rosati che ha dato lo spunto per iniziare il lavoro. Gli amici della vallata dell'Orsigna (PT), sempre prodighi di sto- rie, in particolare Alessandro Sabatini, Carlo Fagnoni, Carla Fagnoni, e naturalmente anche Tiziano Terzani, per la sua simpatia ed il vivo interesse: «"ogni posto è davvero una miniera" e le biblioteche oceani». Gli amici di Gavinana (PT) Simone Vergari e Gianna Dondini, anche loro prodighi di storie. Vinicio Betti, grande e vero affabulatore, acuto conoscitore della realtà della Montagna pistoiese. Francesco Guccini, per la sua cortesia a chiarire i dubbi sulla lingua di Pavana. Sandra Becucci, responsabile del Museo del Bosco di Orgia (SI), per le utili informazioni e contatti. I carbonai che hanno testimoniato del loro lavoro, tra cui il compianto Primo Begliomini. Il personale della Biblioteca Forteguerriana di Pistoia, quello della Biblioteca Comunale Decentrata di Pracchia (PT), quello della Biblioteca Comunale di San Marcello Pistoiese. 1. Premessa Sia nel territorio pistoiese che in Maremma è, o più propriamente era, narrata tra i carbonai, ma adesso, più precisamente, tra gli ultimi ex (con inoltre molte reticenze a portarla all'esterno), la storia di Ciapino Ciampi (o Zampi), figura extra-ordinaria di carbonaio, capace di imprese eccezionali ed allo stesso tempo apportatore di valori contrastanti. Claudio Rosati in un suo saggio [Rosati 1987] utilizza le vicende di Ciapino quale esempio per la diffusione di un'idea, di una leggenda (si consideri tuttavia questo termine con estrema cautela: per Ciapino è forse più adatta la definizione di fabula nell'accezione originale, cioè quella di storia, racconto, mito, anche se vedremo in seguito che Ciapino è vicino pure ad un tipo specifico di leggenda) all'interno di Simone Fagioli - Ciapino Ciampi: un eroe perturbante nel mondo dei carbonai - Pag. 1 quello che definisce con efficacia un gruppo di mestiere (termine essenziale e sul quale torneremo in seguito), ovvero quello dei carbonai. Rosati comunque non approfondisce (in quanto non inerente al tema del saggio) quella che può esser considerata un'analisi socio-antropologica della figura di Ciapi- no, analisi che cercheremo di attuare nei paragrafi seguenti. È utile specificare sin da ora che le vicende di Ciapino appaiono essere come elemento culturale non materiale. Questo aspetto è molto importante, in quanto sino ad ora e per quanto ne sa l'autore, non sono state fatte ricerche sugli aspetti cultu- rali non materiali dei carbonai. Sono state sì indagate, ed a fondo, anche con do- cumentazione fotografica, le tecniche di produzione del carbone (si tengano pre- senti ad esempio AA.VV. 1980, AA.VV. 1982^, Toffenetti, quest'ultimo ricco di una vasta bibliografia in tal senso, Cassola, Dessi, Fucini, Lipparini, Santoni, questi ultimi specie per una trattazione più letteraria del tema, Nesi) ma niente è stato fatto per la ricostruzione e l'esame del corpus di storie, racconti, leggende, riti che dove- vano circolare tra i carbonai, corpus che probabilmente doveva essere piuttosto consistente e legato esclusivamente ad essi. Questo saggio, seppur incentrato prioritariamente sulla figura di Ciapino, cercherà anche di ricostruire, per quanto possibile, alcuni aspetti della cultura non materiale dei carbonai pistoiesi. La ricerca è tuttavia ancora in corso: per dirla con Marcel Mauss «questo lavoro è un frammento di studi più vasti», per cui si fa appello a chiunque abbia informazioni ulteriori sui temi trattati a mettersi in contatto con l'autore, tramite la redazione di QF. 2. Ciapino E LA STORIA Da un punto di vista cronologico le vicende di Ciapino vengono collocate dai te- stimoni ascoltati [Rosati 1987] in un arco di tempo piuttosto ampio, all'incirca com- preso fra la metà del secolo XIX e l'inizio del XX. Alcuni [Ferretti ] lo dicono nato in provincia di Pistoia, a Piteccio, paese nell'alta valle del fiume Qmbrone, noto per aver dato i natali a molti carbonai (si pensi alla compagnia Brandolini che qui opera- va all'inizio del '900 e citata nelle Carte Mei [Fagioli 1990]). È comunque certo che un'analisi biografica ben definita (anche in astratto) di Ciapino appare impossibile. Inoltre qualcuno dubita dell'esistenza stessa del perso- naggio, ipotesi che potrebbe apparire alla fine la più logica, altro punto essenziale da considerare per un esame della figura del carbonaio. Inoltre risulta impossibile pervenire ad un testo critico della vicenda perché, narra- ta (come verrà esaminato al punto successivo) in modo assai insolito. In ogni caso proviamo qui a dare una traccia delle vicende del Nostro, tentativo del tutto simile a quello della ricostruzione di un puzzle, visto che i frammenti mne- monici di Ciapino sono sparsi tra la Maremma ed il pistoiese, anche se, oltretutto, molte tessere appaiono mancanti [Rosati 1987 - Ferretti ]. Ciapino è un carbonaio. Produce da solo (o così almeno in apparenza, senza l'aiuto di personaggi visibili) grossi quantitativi di carbone, senza seguire le regole più meno codificate del mestiere. Secondo la tradizione ogni giorno è in grado di produrre duecento quintali di carbone ed una volta, a Follonica, lavorando di conti- nuo produce carbone per far funzionare a pieno ritmo gli altiforni di Piombino. Non segue le regole, appunto: ammucchia grossi quantitativi di legna, come se fossero più carbonaie una sopra l'altra, in modo caotico, alla rinfusa, e poi gli dà fuoco, ed in una notte il carbone è già pronto (in genere il tempo medio di cottura di una carbo- naia variava da tre a cinque giorni). Ciapino sembra non avere corpo: i testimoni non parlano del suo aspetto fisico, se fosse giovane o anziano, alto o basso, con la barba o senza. Ciapino è un'idea, un'idealizzazione (negativa) del carbonaio. Simone Fagioli - Ciapino Ciampi: un eroe perturbante nel mondo dei carbonai - Pag. 2 3. Narrare CiAPiNO Ciapino appare sostanzialmente essere una figura straordinaria (cioè eccedente i limiti del normale rispetto alla prassi, anche se non per valore qualitativo), fuori da ogni schema, compreso quello narrativo. Circa quest'ultimo punto scrive Rosati: «Ciapino non ha una trama secondo la quale svolgere una storia conclusa» [Rosati 1987]. Ovvero nella fabula di Ciapino sembra essere mancante un nucleo essenzia- le attorno al quale si svolge ogni vicenda, vicenda che in questo caso si riduce ad essere soltanto un'esposizione di fatti indefiniti, amorali, esposizione inoltre fatta per ipotesi, nel senso che le azioni sono narrate per si dice, mi hanno raccontato, oltre- tutto come se si trattasse della storia di una persona reale, vivente, e non idealizza- ta, ma che comunque, e questo è un elemento contraddittorio, sfugge alla perce- zione abituale della realtà, in un paradossale capovolgimento del senso comune del quotidiano. Scrive Roland Barthes: «Il lettore vive il mito come vivrebbe una storia vera e insieme irreale» e la definizione si attaglia perfettamente ai narratori di Ciapino. Questa situazione di contrapposizione di certezza/incertezza è significativa per- ché la si ritrova di frequente in quelle che sono definite come leggende metropolita- ne, dove una storia è narrata fornendo tutta una serie di elementi in apparenza con- gruenti, ma che ad un'ulteriore analisi si sbriciolano in dati non verificabili. Coloro che narrano tali leggende il più delle volte esordiscono dicendo che non hanno vis- suto direttamente i fatti che vanno a riportare ma che in ogni caso sanno con cer- tezza che questi sono accaduti ad un loro conoscente, magari residente in un'altra città e che comunque se si vogliono prove queste possono essere chieste diretta- mente all'interessato, anche se al momento non possono fornire un suo recapito, ecc. in un gioco di rimandi continuo, con l'inserimento inoltre di un termine topografi- co noto e riconoscibile: «tale evento è accaduto a..» [Bermani]. Naturalmente que- sto non significa che la fabula di Ciapino rappresenti in assoluto un predecessore delle leggende metropolitane, tuttavia è interessante notare come il modello che es- so utilizza potrebbe essersi sviluppato prima in ambito rurale per poi trasferirsi in un contesto urbano tramite una rete di scambi tra città e campagna, rete passante con tutta probabilità tra le vicende della prima e la seconda guerra mondiale, durante le quali si sono sviluppate molte leggende improntate al sentito dire, saputo pervia in- diretta [Bloch 1997]. Inoltre in molte storie popolari, sia italiane che di altre nazioni, si trovano precisi riferimenti ad antroponimi e toponimi noti al narratore ed al suo ambito, utilizzati come testimonianza di verità del racconto. Altro elemento importante è che di Ciapino si parla soprattutto come di un perso- naggio sottinteso: la sua storia più significativa potrebbe essere, per ipotesi estre- ma, quella non narrata. Essenzialmente la storia di Ciapino verrebbe considerata presente nella memoria condivisa alla quale appartiene il narratore come fabula sulla quale non c'è molto da dire perché tutti gli appartenenti a tale memoria sanno già tutto e della quale per contro gli estranei non devono saper niente. Ciapino ap- pare essere una figura allusiva almeno quanto gli aspetti legati alla sfera sessuale, dei quali, nel medesimo contesto al quale si riferisce Ciapino (la campagna, certo sino a qualche lustro fa), nessuno parlava ma tutti ne sapevano con relativa preci- sione tempi e modi [Tabet]. E d'altra parte la storia di Ciapino non viene sponta- neamente narrata dai testimoni: ne parlano solo se stimolati, anche più volte, fa- cendo loro presente l'esistenza di tale figura ed in ogni caso sempre con riluttanza. 4. MITO, EROE, SUBCULTURA Vediamo adesso alcuni elementi che possono rendere in maniera più chiara ciò che Ciapino rappresenta. Simone Fagioli - Ciapino Ciampi: un eroe perturbante nel mondo dei carbonai - Pag. 3 E qui innanzi tutto necessaria una piccola digressione, cine però focalizza alcuni aspetti generali utili per una corretta lettura di Ciapino. In ambito toscano, e forse con qualche cautela italiano, la figura espressa da Ciapino pare essere di esclusiva attinenza al mondo dei carbonai, cioè non sem- brano esserci in altri gruppi di mestiere figure come quella del Nostro ed elementi culturali articolati. Tuttavia in Europa Peter Burke ha evidenziato cicli culturali non materiali in molti gruppi, che hanno da un lato una precisa strutturazione, dall'altro un corpus di canti, racconti, leggende, riti. L'autore a tale proposito cita pastori, mi- natori, tessitori e considerando anche che «v'erano poi gli abitanti dei boschi, so- prattutto i taglialegna e i carbonai, che potevano vivere nella foresta per intere set- timane di seguito. Essi formavano un gruppo piuttosto oscuro, tagliato fuori dalla cultura del villaggio come i pastori ma apparentemente (e a differenza dei moderni boscaioli) privi di una propria cultura alternativa, confinati al margine della società. Talvolta (come nel caso dei cagots della Francia sudoccidentale) essi erano trattati come banditi, perseguitati come stregoni, accomunati ai lebbrosi. In Russia tuttavia (come nei Balcani) la cultura dei taglialegna fu una cultura dominante, e i viaggiatori inglesi furono sorpresi di notare che "le loro chiese erano fatte di legno" o che "non essendovi peltro, anche le tazze intagliate nella betulla vanno molto bene". Per i russi e i serbi, le scuri erano oggetti sacri, oltre che oggetti d'uso, simboli di prote- zione; nei riti russi gli alberi esercitavano una funzione di primo piano: abeti a Natale, betulle nella settimana di Pentecoste» [Burke]. (Il termine cagot, plurale cagots, si- gnifica in francese bigotto, bacchettone, baciapile, tuttavia Burke lo identifica con un movimento eretico nato nella Francia meridionale tra il Due ed il Trecento, noto an- che come beghine). Ulteriormente Burke, a proposito dei pastori e minatori fa nota- re che «è probabile che minatori, come i pastori, avessero sviluppato una cultura propria per il fatto di essere respinti dal mondo circostante» e sottolinea anche che apparentemente gli abitatori dei boschi non avevano una cultura propria, alternativa a quella ufficiale. Comunque se appunto come abbiamo detto Burke delinea ad esempio una cultura dei minatori è estremamente cauto a introdurre in essa ele- menti di originalità, cioè di creazione autonoma: «Se è vero che i minatori avevano i "propri" santi, le proprie canzoni, i propri spettacoli, le proprie danze e leggende, tutto ciò non era altro che una selezione del repertorio comune della cultura popola- re. Una devozione particolare a S. Anna, ad esempio, acquista significato solo nel contesto di una più generale devozione ai santi, in ogni caso, i minatori non mono- polizzarono il culto di S. Anna. La concezione di Cristo come "agnello di Dio" o come "buon Pastore" o la frase "egli porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sini- stra" (Mt, 25, 33) possono aver avuto un significato particolare per i pastori, ma esso dipendeva dal significato comune che queste idee avevano nella cultura in genera- le». A nostro avviso invece Ciapino appare realmente autonomo ed originale, cioè non mutuato da altri ambiti; lo abbiamo accennato, qui lo confermiamo: Ciapino è di esclusiva attinenza al mondo dei carbonai, li rappresenta integralmente, non sem- bra essere elemento comune della cultura popolare, anche se naturalmente gli elementi che vi sono confluiti, che lo costituiscono, non sono originali in senso asso- luto. In ogni caso alcune figure di mestiere rivestono in cicli mitici ruoli di primo piano. A titolo di esempio si prendono in considerazione i fabbri (anch'essi come i carbonai utilizzatori del fuoco, elemento significativo), che nelle mitologie soprattutto del nord Europa, mitologie anche di creazione, hanno largo spazio, anche in veste di eroi culturali. L'eroe culturale, definito anche eroe civilizzatore, «è un personaggio delle mitologie di numerosi popoli senza scrittura d'America, d'Africa, d'Oceania, a cui si attribuisce l'invenzione dei principali tratti della cultura. [...] L'eroe culturale avrebbe rubato al creatore o ad altre figure il fuoco, o i cibi fondamentali per la società che narra il mito, o altri beni o conoscenze, che senza il suo intervento sarebbero man- cati agli uomini» [AA.VV. 1993]. A titolo di esempio si cita Prometeo, eroe culturale greco, che ruba a Zeus il fuoco e lo dona agli uomini [Frazer 1993]. Il nome di Cu- Simone Fagioli - Ciapino Ciampi: un eroe perturbante nel mondo dei carbonai - Pag. 4 chuiainn, eroe irlandese, significa cane del fabbro Culan. Ilmarinen, protagonista del Kalevala, poema epico scandinavo, è il fabbro primordiale, inventore del ferro, ca- pace di forgiare qualunque cosa: «O fabbro, o Ilmarinen, / grande primordiale artefi- ce, / se saprai forgiarmi un Sampo, / con il suo coperchio variopinto, /dalle punte dalle bianche penne d'ala di un cigno, / dal latte di una giovenca sterile, / da un gra- nellino d'orzo, / dalla lana di una pecora d'estate, / accetterai poi questa fanciulla / come ricompensa, la mia graziosa figliola?». Anche nel Shah-nama (Libro dei re), poema di Firdusi, poeta nazionale dell'Iran, scritto nel X secolo compare un fabbro, Kàvag, che riveste un ruolo importante in una parte della storia. Inoltre in linea ge- nerale nello sciamanesimo asiatico il fabbro celeste ha ruolo basilare in miti di crea- zione ed in molti cicli il fabbro è padre adottivo e maestro dell'Eroe. Presso i sovrani mongoli e turchi poi fabbro era titolo onorifico ed anche Genghiz Khan aveva il titolo di fabbro. E fabbri erano i mitici imperatori cinesi Huang-di (noto anche come l'Imperatore Giallo, che secondo la leggenda regnò dal 2697 al 2597 a. C, fu il pri- mo imperatore della Cina con forme umane, i suoi predecessori erano re serpenti e minotauri; gettò le basi della società cinese) e Yu [tutte le citazioni ed esempi da de Santillana - von Dechend; il Sampo è un mulino]. A proposito dei fabbri scrive Ja- mes Frazer: «Nella tribù Fan una stretta distinzione tra capo e stregone non esiste. Il capo è anche stregone e fabbro perché i Fan credono che il mestiere di fabbro sia sacro e che solo un capo lo possa esercitare» [Frazer 1990] Scrive osservazioni molto interessanti sui fabbri Joseph Campbell, anche in relazione al loro valore miti- co: «[La cultura di Hallstatt (900-400 a. C.)] fu caratterizzata all'inizio dalla graduale introduzione di utensili di ferro tra quelli di bronzo, forgiati da una classe di fabbri iti- neranti che, nella successiva tradizione mitica, sono presentati come pericolosi stregoni: per esempio, nella leggenda germanica di Weyland il Fabbro. Il tema artu- riano della spada tratta dalla roccia ricorda il senso di magia della loro arte di estrar- re il ferro dalla terra. [...] Un'idea basilare di questa mitologia era quella della pietra come madre e del ferro, l'arma di ferro, come suo figlio, portato alla luce dall'arte ostetrica del fabbro. [...] "Fabbri e sciamani vengono dallo stesso nido" dichiara un proverbio Yakut» [Campbell 1992]. Anche in molte fiabe popolari il fabbro riveste ruoli importanti, specie in situazioni di contatto con la divinità [Thompson. Anche Tabet, senza pubblicarla, fa riferimento ad una favola, la Novella di Toniaccio, dove il protagonista è un fabbro che vende l'anima al diavolo e riceve in cambio una forni- tura di carbone per un anno e tre giorni]. Un ulteriore elemento significativo è che nell'area dell'Appennino modenese c'era una stretta relazione tra fabbri e carbonai: i primi infatti producevano autonomamen- te (con il legno di castagno), anche in tempi recenti, il carbone che occorreva loro per la fucina [segnalazione di Sandra Becucci, che si ringrazia]. Tuttavia questa consuetudine probabilmente era in uso anche altrove, infatti è documentata anche a Pistoia, dove nel 1283 sul confine tra Pistoia e Montevettolini furono sequestrati ad un fabbro sacchi di carbone, raccolto attraverso tale confine, operazione non lecita e sanzionabile penalmente [AA.VV. 1998]. IVIa adesso torniamo a Ciapino, con un'ipotesi di lavoro in linea di massima defi- nibile con vera che introduce gli elementi fondamentali dell'analisi, ipotesi che agi- sce da feedbacl< in rapporto a ciò che abbiamo detto sino ad ora: essere carbonaio voleva dire appartenere ad un preciso gruppo sociale, ad un èthnos legato da rigo- rose regole di lavoro e culturali, nel quale Ciapino potrebbe essere stato il trait d'union fra i singoli individui, assumendo cioè un vero e proprio valore di mito, im- personando un eroe collettivo. La presenza di un mito in un circoscritto gruppo umano (gruppo a dire la verità eterogeneo, ma allo stesso tempo omogeneo riguar- do al mestiere) è aspetto di notevole interesse, in quanto se accettiamo la definizio- ne di mito quale «simbolo unificatore del gruppo sociale» [AA.VV. 1968] e la sua funzione quella di «dare un sostegno all'ordine sociale, di integrare l'individuo nel gruppo» [Campbell 1992] si potrebbe arrivare a definire una precisa strutturazione socio-culturale del gruppo dei carbonai, aspetto che potrebbe essere significante di Simone Fagioli - Ciapino Ciampi: un eroe perturbante nel mondo dei carbonai - Pag. 5 una loro differenziazione nel tessuto sociale nel quale vivevano, ovvero carbonai come entità culturale circoscritta, con modi di lavoro, di vita, tradizioni proprie, ovve- ro, in ultima analisi, i carbonai come subcultura. Il termine subcultura indica un pre- ciso status, sintetizzabile come «l'aspetto particolare che una cultura prende presso una parte definibile e individuabile (sottogruppo) del gruppo culturale» secondo un'analisi di IVIanfredo Rondoni riportata in Lombardi Satriani. Burke approfondi- sce il concetto, valutandone i termini di autonomia: «Per descrivere le differenze fra le canzoni, i riti o credenze dei nostri quattro gruppi maggiori, il termine "subcultura" può riuscire più utile di quello di "cultura" perché suggerisce che quelle canzoni, quelle credenze e quei riti erano autonomi in parte, e non del tutto, distinti ma non completamente separati dal resto della cultura popolare. La subcultura è un sistema di significati condivisi, ma la gente che vi partecipa condivide pure i significati della cultura più ampiamente intesa». Il mito di Ciapino però, attenzione, non potrebbe definire in assoluto l'unità cultura- le dei carbonai, bensì potrebbe essere un tentativo di adeguamento a modelli di vita ritenuti di grado sociale più elevato. Cioè tramite un processo emulativo ci potrebbe esser stato il tentativo di uscire dai margini della società [Rosati 1984 - Ferretti] dandosi una parvenza culturale più elevata, pure naturalmente senza intenti precisi, creando una propria storia favolistica (sintomatica la definizione di Ciapino di hero- tale che ne dà Rosati secondo Northrop Frye [Rosati 1987]; hero-tale è traducibile come eroe del racconto), incentrata su un membro del gruppo, membro, ripetiamo, non necessariamente reale. Ed inoltre l'origine del mito di Ciapino potrebbe anche essere per qualche motivo tecnica, ovvero tendente a trasmettere conoscenze professionali con modalità par- ticolari: «Il merito principale [del linguaggio del mito] è risultato essere la sua intrin- seca ambiguità. Il mito può essere usato come veicolo per trasmettere conoscenze concrete indipendentemente dal grado di consapevolezza delle persone che con- cretamente narrano le storie, le favole o altro. Nei tempi antichi, inoltre, esso per- metteva ai membri del "brain trust" arcaico di "parlare di lavoro" senza curarsi della presenza dei non addetti: il pericolo di lasciar trapelare qualche cosa era pratica- mente nullo» [DE Santillana - von Dechend]. Cercheremo di vedere se queste ipotesi sono sul serio vere e in che misura defi- niscono la fabula di Ciapino. 5. Per una (o molte) definizione di mito Appare qui necessario approfondire il concetto di mito, dandone una definizione più ampia e specifica, rifacendosi soprattutto alla tradizione greca, legata, più di evoluzioni successive, a ritmi rurali simili all'ambito nel quale la fabula di Ciapino si può essere sviluppata e chiaramente codificata culturalmente al suo interno, ed allo stesso tempo riflettere questa definizione nelle vicende di Ciapino. Il mito è, in estrema sintesi, una forma di narrazione. Secondo Platone un raccon- to «attorno agli dei e agli eroi» [Marchese, voce Mito], spesso legato al ritualismo religioso ed alla tradizione orale. Tuttavia la narrazione delle vicende di dèi ed eroi in Grecia poteva essere fatta secondo due precisi e distinti schemi: secondo il lògos, ovvero narrazione argomen- tata, reale, e secondo il mythos, narrazione fine a se stessa. Presupposto che Ciapino sia realmente un eroe e la sua vicenda un mito, pare significativo cercare di capire con quale valore è narrata. Consideriamola col valore di mythos, ovvero col senso di puro raccontare, senza argomentazioni e/o motivazioni specifiche, almeno in senso esplicito, dove il lògos (nel contesto dei carbonai) può significativamente essere rappresentato dalla nar- razione della vita propria, reale, vissuta, che viene fatta al ricercatore dai testimoni intervistati e dove il mythos di Ciapino non compare, se non dietro stimoli particolari. Simone Fagioli - Ciapino Ciampi: un eroe perturbante nel mondo dei carbonai - Pag. 6 Definendolo mythos si ha tuttavia un'irregolarità: la storia di Ciapino è, come abbia- mo visto, sostanzialmente criptica, non è fatta per una narrazione libera, non è fatta in linea generale per essere esposta compiutamente: se non avesse motivazioni specifiche, valenze particolari, se fosse realmente mythos, (af)fabulazione, potrebbe essere diffusa senza nessuna preoccupazione. Il fatto che ciò non accada fa sorge- re il dubbio che possa trattarsi in realtà di lògos, ovvero, per citare ancora Platone, un «rappresentare sempre la divinità quale è realmente» [Jesi], ovvero, più pro- priamente nel contesto trattato, rappresentare il mondo dei carbonai com'è in realtà, ma questo sappiamo bene che non corrisponde al vero, perché la verità è espressa dal lògos della vita reale. Ciapino dunque è qualcosa di più ambiguo, che mescola aspetti differenti: è mito ma non mythos (e neppure compiutamente lògos), è tout court una chiave d'accesso alla realtà che mostra e dissimula allo stesso tempo vari elementi, sacri e profani, e forse, in prima analisi, un rappresentare i carbonai (fatto dall'interno) per come venivano visti dagli altri. Se davvero così fosse si assisterebbe ad un notevole processo di autoanalisi, con la capacità di mettere in gioco la propria immagine, camuffandola e mutuandola secondo schemi ben precisi che tengono conto di un elemento molto significativo nella ricerca antropologica, ovvero quello dello sguardo dell'altro, che influenza la percezione del ricercatore e ne modifica la relazione. Sembra che i carbonai abbia- no cercato di capire come venivano visti all'esterno ed abbiano adattato questa vi- sione ai propri comportamenti, alla propria costruzione folklorica, intendendo quest'ultimo termine proprio con il suo valore originario e cioè quello di sapere del popolo. IVIa c'è a questo punto un'ulteriore variabile: è possibile che la fabula di Ciapino, in origine vero mito, si sia modificata in relitto folklorico, perdendo una parte delle va- lenze che aveva in partenza, secondo un processo ben delineato da Giambattista Vico: «Fondamentali appaiono le riflessioni di Giambattista Vico nella Scienza nuo- va; il nucleo del discorso vichiano sta nell'idea di vera narratio di cui i miti sono por- tatori. Secondo il filosofo napoletano, inoltre, essa non rimane necessariamente inalterata nel tempo, ma può essere soggetta ad un processo degenerativo che trasforma lentamente il mito in fiaba, quando da "maniera di pensare di intieri popoli" - cioè da ordinatore centrale dell'intero sistema religioso - viene a mano a mano marginalizzato sino a ridursi a relitto folklorico» [AA.VV. 1993, voce IVIito]. Scrive Vi- co: «Che le favole nel loro nascere furono narrazioni vere e severe (onde muthos, la favola, fu diffinita "vera narratio", come abbiamo sopra più volte detto); le quali nacquero dapprima per lo più sconce, e perciò poi si resero impropie, quindi altera- te, seguentemente inverisimili, appresso oscure, di là scandalose, ed alla fine in- credibili; che sono sette fonti della difficultà delle favole, i quali di leggieri si possono rincontrare in tutto il II libro» [Vico]. Insomma, il racconto di Ciapino potrebbe essere incompleto, frammentario, per- ché residuo di qualcosa di più complesso, un elemento di una mitologia perduta che è impossibile ricostruire appieno. Inoltre, almeno in apparenza, Ciapino non aveva valenze religiose, cioè non ne aveva in senso cattolico, ma non è detto che non ne avesse in senso naturalistico; in ogni caso sarebbe da definire quale nucleo nascondeva e stabilire se tale nucleo è rimasto presente o si è dissolto, trasformando il mito in favola vichiana. È abbastanza chiaro che le linee essenziali di Ciapino sono legate esclusivamen- te al lavoro: il suo nucleo semantico riflette una preoccupazione legata al lavoro come elemento fondante della comunità. I carbonai erano tali solo in rapporto al la- voro: erano un gruppo super-specializzato e perciò fragile, legato a bisogni nel lun- go periodo aleatori. Ciapino può aver perso valore in relazione alla perdita di valore di essere carbonai, ma il tema attorno al quale la fabula ruotava, quello del lavoro, è rimasto intatto. Quanto a legami con religioni naturali questi potrebbero essere stati assolutamente limitati ad un rapporto di persistenza di residui cultuali tipici di aree rurali, dove culti ad esempio latini si sono sincretizzati con il cristianesimo, in un ri- Simone Fagioli - Ciapino Ciampi: un eroe perturbante nel mondo dei carbonai - Pag. 7 baltamento dell'asserzione «Il grande Pan è morto». A tale proposito scrive IVIi- chelet: «Certi autori affermano che, poco tempo innanzi al trionfo del cristianesimo, una voce misteriosa correva sulle rive dell'Egeo dicendo: "Il grande Pan è morto". L'antico dio universale della natura era spento. - Gran gioia. - Si credeva che, es- sendo morta la natura, fosse morta la tentazione. L'anima umana, travagliata così a lungo dalla tempesta, sta finalmente per avere riposo. Si trattava solamente della fi- ne dell'antico culto, la rovina, l'eclissi delle antiche forme religiose? Niente affatto. Chi scorre i primi monumenti cristiani, trova a ogni pie sospinto la speranza che la natura sparisca, la vita si estingua, che infine si stia per giungere al finimondo. Sono scomparsi gli dei della vita, che ne hanno per tanto tempo fatto durare l'illusione. Tutto cade, crolla, sprofonda. Il tutto diviene il nulla: "Il grande Pan è morto!"» IVIa oltre: «Si era detto stoltamente "Il grande Pan è morto". Poi, vedendo che viveva, lo si era convertito in un dio del male: in mezzo al caos ci si poteva sbagliare. Ma ecco- lo che vive: che vive armonicamente nella sublime stabilità delle leggi che reggono le stelle, e che reggono non meno il mistero profondo della vita». Anche de Santillana - von Dechend trattano di questa leggenda: «Tutti hanno letto almeno una volta l'assai citata storia di quel pilota che, sotto il regno di Tiberio, mentre navi- gava nell'Egeo in una placida sera, udì una voce possente che annunciava "Il gran- de Pan è morto". A questo seducente mito vennero date due interpretazioni con- traddittorie. Per alcuni la voce annunciava la morte del paganesimo: Pan con la sua siringa, Pan il demone della quiete assolata del meriggio, il dio pagano delle radure, dei pascoli, dell'idillio agreste, si era arreso davanti al soprannaturale. Secondo altri questo mito si riferisce alla morte di Cristo nel diciannovesimo anno del regno di Ti- berio: il Figlio di Dio che era ogni cosa, dall'alfa all'omega, veniva identificato con Tlav = "Tutto"». I temi della Natura sono quelli che sono rimasti ben presenti e vitali nel passaggio tra religioni dominanti, in modo specifico quelli legati al fuoco, elemen- to principe del carbonaio: «Il fuoco è davvero una parola-chiave che merita un'indagine speciale» [de Santillana - von Dechend]. Alcune suggestioni tratte dall'indice analitico de II ramo d'Oro di Frazer: feste del fuoco in Europa, fuoco ai solstizi, fuoco come protezione contro la stregoneria, fuochi di quaresima, fuochi di Pasqua, fuochi di San Giovanni, fuochi di Beltane, fuochi del solstizio d'inverno, fuo- chi d'Ognissanti [Frazer 1990]. Si tenga presente anche la distinzione in ambito indoeuropeo del fuoco (inteso pure come divinità): da un lato si ha la radice *egni-, con valore di fuoco attivo, dall'altro *pur-, con quello di fuoco come strumento [AA.VV. 1993, voce Indoeuropei ]■ Ma abbiamo anche un'altra lettura del mito, quella che ne da Roland Barthes in chiave semiologica, anche se questa è più attinente a quelli che l'autore definisce miti moderni (fotografia, pittura, manifesto, rito, oggetto, ecc.), visto che inoltre molte sue considerazioni si riferiscono soprattutto alla percezione moderna del mito, tut- tavia alcune considerazioni possono essere valide anche per Ciapino. Scrive Barthes: «In una parola, o l'intenzione del mito è troppo oscura per essere efficace, è troppo chiara per essere creduta. In entrambi i casi, dov'è l'ambiguità?». Prima di permettere a Barthes di rispondere va tenuto conto che la fruizione di Ciapino che abbiamo adesso è sicuramente diversa da quella di origine, per cui la percezione che se ne ricava è differente da quella che doveva essere ricevuta dai carbonai che raccontavano ed ai quali veniva raccontata la fabula: Ciapino ai nostri occhi appare troppo chiaro, per cui è incredibile, tuttavia per una corretta lettura è necessario astrarsi da queste percezioni, valutandolo come se fossimo al tempo della narrazio- ne originale. Continua Barthes: «Ouesta è solo una falsa alternativa. Il mito non nasconde niente e non dichiara niente; il mito deforma; non è né una menzogna né una confessione: è un'inflessione». Per Barthes dunque il mito è un meccanismo che modifica la percezione della realtà, trovando una terza via ad essa: «il mito è una parola eccessivamente giustificata» e questa lettura pare adattarsi bene a Cia- pino, che nella narrazione mitica non nasconde né esplicita, bensì mostra con una Simone Fagioli - Ciapino Ciampi: un eroe perturbante nel mondo dei carbonai - Pag. 8 differente chiave di (ri)lettura la realtà dei carbonai, realtà che ha come esclusivo punto di riferimento una notevole durezza, che almeno in apparenza Ciapino smor- za trasferendola su un piano extra-umano. 6. Una figura di mestiere È utile osservare come Ciapino fosse una figura legata esclusivamente al mondo del lavoro: la sua straordinarietà era connessa alla capacità di produrre carbone in grande quantità (ma con qualità discutibile), da solo o aiutato da figure misteriose e magiche, con rapidità e senza seguire le regole codificate. E, secondo questo aspetto, se volessimo anagrafizzare Ciapino, ovvero renderlo una persona reale, con un'età precisa, quale potrebbe essere quest'ultima? In linea generale Ciapino, in base al modo di lavorare, potrebbe essere analizzato in due figure simboliche collocabili, in senso cronologico, agli estremi della vita umana. 1. Ciapino potrebbe rappresentare un giovane che non ha ancora imparato il mestiere di carbonaio e quindi va per tentativi, senza regole precise (a lui scono- sciute). 2. Ciapino potrebbe rappresentare un anziano che dopo decenni di macchia ha appreso tutti i segreti del mestiere, acquisendo una bravura che lo porta a non aver più bisogno di seguire le regole. Ora, se si considera che Ciapino produceva carbone di scarsa qualità, potrebbe essere più avvicinato all'ipotesi 1 , in quanto probabilmente chi avesse superato le regole per ultra-specializzazione sarebbe stato capace di realizzare un prodotto di buona qualità, anche se va osservato che mai probabilmente un carbonaio ha ab- bandonato le regole. Tuttavia è stata riferita all'autore una particolarità interessante, ovvero che molti giovani che per la prima volta si cimentavano nella realizzazione di una propria carbonaia, magari dopo anni di apprendistato visivo, producevano car- bone di ottima qualità, qualcuno diceva per innata capacità ad essere carbonai [segnalazione di Vinicio Betti, che si ringrazia, residente sulla Montagna pistoiese]. E per quel che riguarda il produrre carbone di cattiva qualità è da osservare che la cosa in generale aveva per un carbonaio massimo carattere dispregiativo, voleva dire non saper fare il mestiere [Rosati 1984] e dunque non essere degno di appar- tenere al gruppo. In generale inoltre la figura di Ciapino appare essere ambivalente, un po' eroe, un po' demonio: si consideri come in alcuni paesi della IVIaremma Sciapino sia sinoni- mo di diavolo, ma si tenga altresì conto che in alcune aree dell'Emilia Romagna il termine ciappino indica un lavoro di poco conto, ovvero sia un dispregiativo, come in Garfagnana, dove è documentato il temine sciapigotto con il valore di sciocco, stupido. In ambito pistoiese è documentato il termine sciapito con il valore di insipi- do, scipito [per la Maremma Ferretti e Rosati 1987; per l'Emilia Romagna l'indicazione è stata fornita da Giorgio Pucci, che si ringrazia, per la Garfagnana de- finizione in Venturelli; per Pistoia Giacomelli - Gori - Lucarelli; si consideri an- che come nella lingua italiana sia presente il termine ciàppola, indicante un piccolo scalpello tagliente usato in oreficeria, la cui etimologia deriverebbe dal termine medi- terraneo l